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La città che ti fa piangere due volte

2014年01月17日 18:53 fonte:Cina in Italia  autore: Martina FArnese
Foto iz4aks

 

Studiare il cinese di giorno e lavorare in un bar di sera. L’esperienza di una studentessa italiana a Pechino, tra amore, amicizia, studio, cocktail e cappuccini “alla giapponese”.

 

Mi sono laureata in Lingue e Civiltà orientali alla Sapienza di Roma il 19 marzo del 2012 e dopo un giorno ero già pronta con le valigie in partenza per la Cina. Che bella sensazione era quella, poter finalmente ritornare nel Paese che mi aveva tanto affascinato. Prima della mia laurea triennale, avevo infatti già trascorso un periodo di studio di quattro mesi presso l’Università per gli stranieri di Pechino.

Questa città ti fa piangere due volte, quando arrivi e quando parti. Quando sono uscita dall’aeroporto la prima volta, lo scenario che mi si è presentato, mi ha fatto sentire disorientata. Caratteri cinesi ovunque, grattacieli imponenti, miriadi di luci in ogni dove. La paura di aver sbagliato, di essermi buttata in quest’avventura che forse non ero in grado di affrontare. Anche le situazioni più semplici, come spiegare al tassista dove volevo andare o ordinare al ristorante, mi facevano venir voglia di piangere e tornare indietro. Ma grazie alla presenza delle amiche e alla voglia di imparare, questa sensazione d’impotenza se n’è andata presto, proprio come era arrivata. Da lì in poi, tutto in discesa. Nuovi posti, nuovi amici, nuovi amori. Per tutto quello che questa città mi ha dato in soli quattro mesi, ho pianto (e quanto ho pianto!) al termine del mio corso di lingua. Non sapevo quando sarei ritornata, ma ogni giorno cancellavo una casella dal calendario, sperando che il periodo che mi divideva dalla mia tanto amata Pechino fosse il più breve possibile.

Finalmente, dopo essermi laureata, quel momento tanto atteso è arrivato. Fosse stato per me, sarei partita lo stesso giorno della discussione della tesi, ma non c’era un aereo disponibile! L’importante però, è che stavo tornando lì, nel Paese che ho imparato ad amare come il mio, lì dove mi sono messa in gioco e ho conosciuto l’amore. Sì, sentivo che mi stavo preparando a passare un anno fantastico. E così è stato.

Visto che dovevo vivere lì per un po’, mi sono detta: perché non trovare un lavoretto che mi permettesse di studiare e di non chiedere troppi soldi ai miei genitori? Adoro comprare vestiti ed uscire con gli amici (naturalmente anche studiare!) e a Pechino di posti dove spendere soldi se ne trovano. Quindi, almeno per quanto riguardava la mia vita fuori dall’università, ho deciso di non pesare completamente sulle spalle dei miei genitori.

La fortuna mi è stata vicina. Un amico del mio fidanzato aveva preso in gestione un bar e cercava ragazzi stranieri. La sua idea era di creare un bar internazionale, il “G+(Global+)”, dove tutto il personale fosse formato da ragazzi che provenivano da Paesi diversi. C’erano italiani, congolesi, coreani e giapponesi. Ci piaceva dire che eravamo una grande famiglia internazionale. È iniziata così la prima esperienza di lavoro in Cina. Il bar è in realtà proprietà di un signore giapponese che, stufo di occuparsi solo del suo lavoro in Giappone, ha deciso di avviare delle attività in Cina. Così ha aperto un ristorante nella Lucky Street, una delle vie più famose (e costose!) di Pechino, e al piano inferiore una pasticceria. Non fatevi ingannare dal fatto che è giapponese, i dolci che si trovano lì sono belli da vedere e favolosi da gustare. Fidatevi, lo dice un’italiana che ama mangiare. Comunque, questo signore giapponese non ancora soddisfatto delle sue due attività, ha pensato che, dalle otto di sera in poi, la pasticceria si sarebbe trasformata in un bar. E qui è entrato in gioco l’amico del mio fidanzato, che è diventato il gestore del “G+” e il nostro datore di lavoro.

Il mio orario era flessibile durante la settimana, potevo andare quando e se volevo, ma dal venerdì alla domenica era fisso. Il mio turno iniziava alle otto di sera fino alle due di notte. Solo teoricamente le due di notte. Più di una volta sono tornata a casa alle cinque di mattina. Voi penserete: «Almeno ti pagava lo straordinario!», bè, non era così. Il lato positivo era che, essendo l’università lontana e la metro chiusa di notte, mi rimborsavano la corsa per tornare al dormitorio, ma solo se mi ricordavo di farmi dare la ricevuta dal tassista, cosa alquanto difficile alle quattro di notte mentre, dormendo letteralmente in piedi, scendevo dal taxi sognando di trovarmi già sotto le coperte.

Ma vi chiederete: oltre al rimborso del taxi, lo stipendio? Riporto testualmente quello che mi ha detto mio padre dopo averglielo comunicato: «Ahah, insomma ti ci puoi comprare le caramelle!». Dai, per gli standard cinesi non era poi così male: quasi tre euro l’ora. Alla fine del mese arrivavo a 150 euro. Ma il salario poteva aumentare grazie ad una regola del bar, ovvero che ad ogni drink offerto da un cliente, noi camerieri ricevevamo la metà del costo del cocktail. Immaginate sei camerieri mentre cercano di risultare a tutti i costi simpatici agli occhi di ogni cliente. Un vero circo. Tutto sommato è stato però anche un buon modo per esercitarsi nell’uso della lingua.

Inizialmente servivamo alcolici come Jack Daniels o il sakè Asahi, molto apprezzato dai giapponesi e non solo, ma niente cocktail. Ma ci siamo accorti che questo tipo di alcolici non era poi così in voga fra i ragazzi. Così, armati di buona volontà e ringraziando l’inventore di Google, abbiamo stilato una lista di cocktail che avremmo potuto poi servire. Dopo un paio di settimane le vendite sono migliorate e cocktail come Mojito, Caipiroska alla fragola e Daiquiri non avevano più segreti per noi. Anzi, una volta, per consolare un’amica che aveva chiuso la storia con un ragazzo,abbiamo anche inventato un cocktail consolatorio, il “Brokartina”, nome nato dalla fusione tra il verbo inglese “broke” e il nome della ragazza in questione. E, non per vantarmi della nostra creazione, la nostra amica si è ripresa e il cocktail ha avuto poi un enorme successo.

Servivamo anche caffè e cappuccino, per la modica cifra di 2.50 euro il primo e quasi 4 euro il secondo. Ma ahimè, niente a che vedere con quelli che vengono serviti in Italia. Il caffè lo intendono, infatti, all’americana, lungo e annacquato, mentre il nostro espresso per molti è troppo forte. Pensate che una volta un giapponese mi ha anche ripreso per il cappuccino che gli avevo servito perché, a detta sua quello «non è proprio un cappuccino, il cappuccino si fa così e così...» e mi ha fatto vedere come avrei dovuto prepararlo. Così ora so fare anche un cappuccino come lo intendono i giapponesi: shakerato con ghiaccio.

L’atmosfera che respiravo al lavoro era una di quelle che difficilmente potrò ritrovare. Lavoravo nel week-end è vero, ma lo facevo con il mio fidanzato e con ragazzi che sono diventati miei amici, parlavo con persone provenienti dalle più disparate nazionalità, allenavo costantemente il mio cinese e conoscevo in continuazione cose nuove. Ringrazio la fortuna che mi ha permesso di trovare questo lavoretto. Certo, la paga non era un granché, ma alla fine che importa? La ricchezza che ho ricevuto lavorando in questo bar, ma anche quella che mi ha donato Pechino, è una ricchezza ineguagliabile.

Sì, questa città ti fa piangere due volte, quando arrivi e quando parti.

Tratto da Cina in Italia n.102 di Dicembre 2013