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Maria Rosaria Mallo, la nostra stella polare

2016年07月15日 16:01 fonte:Cina in Italia  autore: Valentina Mazzanti

 

Così Maria Rosaria Mallo, ex dirigente scolastico, ora docente nei corsi di specializzazione per la formazione degli insegnanti per il sostegno presso la Quarta Università di Roma, considera la Cina, dove è arrivata per la prima volta all’inizio degli anni Settanta

 

È il luglio del 1971 quando, ancora ragazza, Maria Rosaria Mallo arriva per la prima volta in Cina senza sapere che quel viaggio, in quella terra che tanto la attrae, cambierà la sua vita. Tra i suoi compagni di viaggio, infatti, conoscerà colui che diventerà suo marito, Franco Marrone. Ed è in Cina che ritorna di tanto in tanto per fare visita a suo figlio che ha sposato una ragazza cinese e vive a Shanghai.

Raccontaci della tua prima volta in Cina...

«La mia prima volta in Cina è stata nel luglio del ’71. Il viaggio è stato organizzato dall’Associazione dell’amicizia Italia-Cina e quello fu il primo viaggio dopo il riconoscimento da parte dell’Italia del governo della Repubblica popolare cinese. La nostra era una delegazione composta da magistrati (tra cui Franco che sarebbe poi diventato mio marito), avvocati, operai, intellettuali e insegnanti come me. Il viaggio è durato circa venti giorni: siamo sbarcati a Canton e abbiamo poi visitato Shanghai, Tianjin, Beijing, Wuhan, Shaoshan e altre città ancora. Siamo ritornati a Canton e siamo ripartiti per l’Italia da Hong Kong, considerata zona franca».

Cosa ha significato per te questo viaggio?

«Per me era un viaggio che rappresentava la realizzazione di un mio sogno: conoscere e visitare un Paese di cui avevo già letto e studiato in Italia. Mi sono sempre interessata alla Rivoluzione cinese e quando ho lasciato a Canton quel mondo per me perfetto, in cui vedevo realizzati i principi di uguaglianza in cui credo tuttora, ho avuto la sensazione di lasciare un mondo ideale. Arrivata ad Hong Kong, vedendo la nostra civiltà occidentale con la sua disuguaglianza, ho avuto una fortissima crisi di pianto e mi sono detta: “Ma io devo vivere in questo mondo?”. Ho avuto la sensazione di aver lasciato una dimensione fatta su misura per me. Probabilmente la mia era anche una visione giovanile. Da ragazzi si è portati a vivere su un piano sfasato rispetto alla realtà fattuale, un mondo che crei a tua immagine e somiglianza. Però viaggiando liberamente per il Paese, uscire la sera senza nessun controllo o divieto e osservando la vita quotidiana, i comportamenti, la voglia di dialogare anche nell’incomunicabilità più totale visto che nessuno di noi parlava cinese, ho sempre colto, in qualunque situazione, questa voglia reciproca di contatto e questo senso di fratellanza».

C’è un episodio in cui l’hai riscontrato in modo particolare?

«L’episodio culmine di questo senso di fraternità lo abbiamo avuto una sera a Shanghai. Eravamo usciti per conto nostro, un gruppetto di dieci persone, senza una meta precisa. Eravamo stranieri e avevamo tutti gli occhi puntati addosso. Si era formato così dietro di noi un codazzo di persone curiose ma sempre molto friendly. Camminando, ci siamo trovati davanti ad una pagoda circondata da un laghetto con dei ponticelli che la collegavano e lì abbiamo trovato un gruppetto di cinesi che suonavano la pipa e cantavano. Incuriositi ci siamo così avvicinati. Mio marito tra l’altro era figlio di un musicista e aveva una cultura musicale, quindi era anche interessato a sentire musiche diverse da quelle occidentali. Dopo aver ascoltato questi compagni cinesi che ci hanno accolto con grandi sorrisi, ci siamo seduti  in mezzo a loro. Poi, a gesti, ci hanno fatto capire che dovevamo cantare qualcosa di nostro. E tutti noi ci siamo esibiti: mio marito ha cantato una canzone in barese, io ricordo di aver cantato Bella ciao e anche altre canzoni del clima culturale e politico del momento in Italia. Così, senza nessuna parola ma con una spontaneità di sentimento, il gruppo cinese ha intonato l’Internazionale in cinese e noi insieme in italiano. Ci siamo lasciati poi abbracciandoci anche con qualche attimo di commozione. Quel senso di fratellanza è stato uno dei momenti più belli e più alti che abbiamo vissuto».

Cosa avete visitato nel vostro viaggio?

«Abbiamo visitato comuni popolari, scuole, ospedali. Abbiamo assistito anche ad un’operazione chirurgica alla tiroide, il malato era stato sedato con l’agopuntura ed era cosciente. Purtroppo non abbiamo documentazioni al riguardo. Abbiamo visitato anche una Scuola di Rieducazione del 5 maggio in cui i giovani, attraverso il lavoro manuale, dovevano rieducarsi ad una concezione più proletaria della vita. Il luogo era in una zona collinare, all’aperto e mi ricordo un ragazzo di 24 o 25 anni, probabilmente un intellettuale che stava forgiando una pentola. La rieducazione attraverso il lavoro manuale è una cosa che farebbe bene anche ai nostri giovani».

Nel 1978 siete poi ritornati in Cina sempre con un viaggio organizzato dalla stessa associazione...

«Esatto, siamo tornati dopo la svolta di Deng Xiaoping e abbiamo trovato una Cina diversa da quella che avevamo lasciato nel ‘71. Non era ovviamente la Cina di oggi perché i tempi erano ancora molto vicini alla Rivoluzione culturale ma si sentiva già l’aria di cambiamento. Già nell’abbigliamento si notava la differenza: c’era per esempio la gonna plissettata rispetto alla gonna di tela blu, la camicia di un colore rosato piuttosto che verdino. Erano dei piccoli segnali, impercettibili, che però rompevano quell’uniformità che c’era nel ’71 anche per quanto riguarda il colore. Sette anni prima, infatti, tutti indossavano vestiti di tela blu, giacca blu, sia uomini che donne indistintamente. C’era uniformità coloristica. Poi una cosa bellissima erano le scarpe di velluto nero con il cinturino che all’epoca tutte le donne portavano».

Com’era la Cina di quei tempi?

«Ricordo la Cina come un Paese silenzioso anche dal punto di vista della vivibilità e dei suoni naturali. Non scorderò mai il tintinnio delle biciclette e il silenzio che caratterizzava Piazza Tian’anmen, non c’era praticamente nessuno. Ed è una Cina che oggi non esiste più. Inoltre, lungo il fiume Yangzi si vedevano sia coloro che facevano il bagno, sia le donne che lavavano i panni, un po’ come le nostre lavandere dell’Italia dell’Ottocento. Un cosa che non ho mai visto in Cina, nemmeno nel ’71, avendo poi già visto Cuba e altri Paesi, non ho mai visto povertà ma piuttosto semplicità, frugalità, essenzialità, valori che per me sono fondamentali, ma non ho visto la miseria. Un’altra bella immagine che ho è stata vedere, in una piazza a Pechino, cinquecento o seicento persone che praticavano il Tai Chi, tutti vestiti con al stessa divisa. Si sentiva proprio quel senso di collettività, di alterità».

Com’è stato rientrare in Italia?

«Il viaggio in Cina è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Devo dire che quando sono tornata a Torino, osservando l’operato della nostra sinistra ho avuto un atteggiamento di distacco. Rispetto alla compostezza, serietà e concretezza dell’allora agire dei cinesi, ho percepito un certo idealismo scollegato dalla realtà. Io ho avuto sempre come valore portante la rivolta all’ingiustizia sociale e questa è stata anche un po’ tutta la bussola della mia vita. È per questo che, quando mi sono trasferita a Roma, ho scelto di insegnare nelle scuole dell’estrema periferia romana. Perché pensavo che fosse proprio per quei ragazzi che l’istruzione potesse significare riscatto da una vita di svantaggi per i quali non avevano nessuna responsabilità. Dico sempre che la nascita è una delle forme di ingiustizia primaria perché a secondo di quale parte del mondo nasci, a secondo della situazione socio-economica, culturale e socio-ambientale, queste condizionano e determinano la tua vita».

Quali sono, secondo te i tratti che ha mantenuto e che ha perso la Cina di oggi rispetto a quell’epoca?

«La Cina era un sogno, oggi qualcosa si è sfasato poiché la cultura americana e il modello occidentale in senso lato hanno rivoluzionato tutto. Negli anni Settanta, invece, era un’isola con una sua forte identità. La Cina di oggi è inconfrontabile con quella dell’epoca! Una cosa che però ritrovo tuttora in Cina è il senso di sicurezza! E questo non perché ci sia un controllo militarizzato del Paese. Ma c’è un senso del limite, dell’autocontrollo, di quell’imperativo categorico di Kant che diceva: “Due cose mi riempiono di infinito stupore e meraviglia: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. In Cina questo senso di  autocontrollo esiste e questo è un pregio per un Paese con più di 2 miliardi di persone. Evidentemente ci sono una forte coesione e tenuta culturale che probabilmente sono ciò che tiene insieme il tessuto sociale della popolazione».

Da Cina in Italia di giugno 2016