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Dacia Maraini, ricordi cinesi

2016年07月28日 15:52 fonte:Cina in Italia  autore: Marta Cardellini

 

Spinti dalla curiosità, nel pieno della Rivoluzione culturale, Dacia Maraini e Alberto Moravia partono per la Cina. La scrittrice torna con la mente a quel periodo, segnato da valigie piene di copie del Libretto Rosso e dall’esilio di tanti intellettuali nelle campagne. Con un occhio rivolto alla Cina di oggi e alla sua letteratura, che «come spesso succede, fa da controcanto a una politica troppo impostata sul denaro»

 

Dacia Maraini è una delle scrittrici più amate e più lette in Italia, autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie e saggi tradotti in varie lingue. L’aggettivo femminista è stato sempre accostato al suo nome, ma lei più che come femminista ama descriversi come scrittrice «dalla parte delle donne». Nel 1967 ha visitato la Cina con Alberto Moravia, le loro corrispondenze sono state pubblicate sul Corriere della Sera. Moravia era già stato in Cina nel 1937, ma il grande Paese asiatico, dopo trent’anni, era molto cambiato. I due autori rimasero colpiti dalla società cinese, dalla ricerca ossessiva dell’uniformità in tutti gli aspetti della vita, dall’abbigliamento alla religione, e dal culto per il Grande Timoniere.

Cosa spinse lei e Alberto Moravia ad andare in Cina?

«Alberto era un uomo curioso e anch’io lo sono. Volevamo andare a vedere con i nostri occhi quello che stava succedendo in Cina con la rivoluzione cosiddetta culturale».

Dopo tanti anni, cosa ricorda della Cina di allora?

«Ricordo l’entusiasmo di tanti giovani. Qualche aspetto grottesco come il fatto che in ogni posto dove andavamo ci mettevano in mano un Libretto Rosso . Ne avevamo le valigie piene. Non sembrava una rivoluzione violenta, anche se l’esilio di tanti intellettuali nelle campagne aveva qualcosa di forzato».

Lei ed Alberto vi siete sentiti maoisti, come lo furono alcuni intellettuali occidentali e tanti giovani che sventolavano il Libretto Rosso di Mao?

«Sinceramente non ci sentivamo maoisti, anche se eravamo molto interessati alle sue innovazioni. L’idea di dare una mossa all’immobilismo stalinista, di mettere in moto i giovani, di dare importanza alla cultura come apprendimento, tutto senza tagliare teste o usare la tortura politica , era qualcosa che colpiva. Ma devo dire che trovavamo anche allora piuttosto ingenuo il maoismo entusiasta di una donna intelligente come Maria Antonietta Macciocchi».

Dopo di allora è tornata in Cina? Come vede oggi questo grande Paese?

«Sì, sono tornata quando era già morto Mao ed è finito il maoismo. Cominciava a prevalere una mentalità più pratica è mercantile. Mi ha colpito la presenza di tante banche e tanti centri commerciali. Leggo spesso dei libri cinesi che mi commuovono per il loro senso di disperazione. Mi sembra, come spesso succede, che la letteratura faccia da controcanto a una politica troppo impostata sul denaro».

Oltre alla ricerca della felicità, il suo femminismo si caratterizza per il tentativo di correggere lo squilibrio storico sempre esistito nella letteratura occidentale, cioè il silenzio imposto alla donna nella storia della letteratura, sia come scrittrice che come protagonista di narrazioni. A suo giudizio, tale squilibrio è da riscontrarsi anche nel mondo letterario orientale, in particolare in quello cinese?

«Direi proprio di sì. Si conoscono sempre gli scrittori di un altro Paese ma mai, o pochissimo, le scrittrici».

Nel 2012 l’Accademia Svedese ha conferito a Mo Yan, scrittore e saggista cinese, il premio Nobel per la letteratura. È il secondo cinese a ricevere tale riconoscimento dopo Gao Xingjian, premiato nel 2000. È l’inizio di un’attenzione maggiore da parte dei lettori del mondo occidentale verso la letteratura cinese?

«Ecco, due grandi scrittori che vengono proposti all’attenzione dei lettori di tutto il mondo. A me sono molto piaciuti, sopratutto Gao Xingiian. Mi sarebbe però piaciuto vedere anche il nome di una donna. Sono sicura che in Cina ci siano delle straordinarie autrici, come succede altrove. Anche dell’Italia si conoscono i grandi autori come Calvino, Moravia, Bassani, Pavese e non si conoscono le altrettanto brave scrittrici , come Lalla Romano, Annamaria Ortese, Elsa Morante, Natalia Ginzburg».

Da Cina in Italia di giugno 2016