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Eugenio Finardi, la "Musica ribelle" conquista la Cina

2016年08月10日 18:21 fonte:Cina in Italia  autore: Daniela Baranello


Nel suo tour 2016 il cantautore italiano ha inserito fra le varie tappe la Cina, con concerti a Shanghai, Hefei e la capitale Pechino, ospite nei concerti del cinese Zhang Chu.

 

Quarant’anni fa un giovane con i capelli lunghi insieme ai suoi musicisti registra in uno studio di Milano la canzone Musica ribelle. Oggi, guardando con tenerezza al ragazzo che era all’epoca, decide di riproporre l’intero album Sugo, di cui fa parte il singolo che nel 1976 lo portò al successo, senza cercarlo o aspettarselo, ma solo con l’obiettivo di creare una musica “indipendente”, lontana dagli schemi e dal mercato. Una musica che, secondo un ascoltatore cinese che lo ha incontrato a Pechino, «fa sentire la libertà e l’amore». Così Eugenio Finardi, nel suo nuovo tour che si chiama proprio 40 anni di musica ribelle, ha portato ancora le sue canzoni in giro per l’Italia e per la prima volta in Cina, con tre tappe all’inizio di giugno nei prestigiosi teatri di Shanghai, Hefei e Pechino. Ad invitarlo il cantautore cinese Zhang Chu, che lo ha ospitato nel suo tour organizzato da Zhang Changxiao, in arte Sean White, autore di un libro sui cantautori italiani, impegnato nell’interscambio culturale italo-cinese con l’associazione Italia&Cina Associazione Artistica Mandorla.

Eugenio, come sono andate queste tappe cinesi del suo tour? È rimasto soddisfatto?

«Molto, sono andate bene e sono rimasto molto colpito dalla Cina, soprattutto a Shanghai».

 

Per lei è stato il primo tour in Cina, che impressione le ha fatto questo Paese?

«La Cina può essere definita l’attuale frontiera della modernità. Prima pensavamo fosse l’Europa, oramai parte dall’Oriente e da lì arriva nel resto del mondo. Io poi sono per metà americano e certo gli Stati Uniti lo sono per altri versi, ma in Cina c’è un’aria di desiderio, di futuro, ricorda gli anni del boom che abbiamo vissuto in Italia».

 

Quarant’anni fa era un ragazzo alle prime armi che voleva fare “musica ribelle”. Qual è stata la reazione del pubblico cinese al carattere indipendente e ribelle della sua musica?

«Non so quanto l’abbiano percepita come ribelle, ma sicuramente è piaciuta molto più di quello che mi aspettassi. Sono stato due volte ospite del cantante cinese Zhang Chu e il pubblico mi ha accolto benissimo. Immaginavo fosse perché mi ha ospitato Chu, invece poi a Pechino il concerto che abbiamo fatto in un club è stato organizzato da noi ed è andato bene. La reazione del pubblico è stata stupefacente, un pubblico giovane, preparato, caldo».

E com’è stato per lei far conoscere la sua musica a un pubblico nuovo come quello cinese? Ha riprovato, almeno in parte, le sensazioni provate a 23 anni o ha visto nei giovani cinesi qualcosa che le ha ricordato il ragazzo che era?

«Beh, in Cina c’è lo stesso tipo di atmosfera che c’era da noi negli anni Settanta, il periodo del post boom economico. Fino a pochi anni fa l’unica cosa importante era il profitto, la crescita, ma c’è una nuova generazione che dà importanza ai contenuti e al dare un senso alla propria vita. La canzone italiana d’autore ha espresso questi contenuti, come lo hanno fatto in America Bob Dylan, Cohen, cantando per testimoniare la realtà, la cosiddetta musica d’impegno».

 

Oggi come viene vista secondo lei la musica d’autore e non commerciale in Cina?

«Per la Cina è un fatto nuovo, si comincia a sentire l’esigenza di maggiori contenuti di vita reale che non di consumo come in tanti Paesi. Da noi è più approfondita, perciò possiamo passarla a loro».

 

E in Italia? Si fa o si può ancora fare “musica ribelle”?

«Certo, si può fare, ovviamente ci sono le difficoltà inerenti alla censura, che in Cina è più manifesta, qui è più sottile. In Italia la maniera di censurare è usare frasi del tipo “ma è fuori mercato”, “non mi interessa”, un tipo di censura più crudele. Quella palese spesso serve anche alla pubblicità, mentre quella sottile del non dare spazio è sicuramente più crudele».

 

Rispetto agli anni in cui lei ha iniziato, senza aspettarsi nulla ma solo con la voglia di fare una musica più indipendente e lontana dagli schemi, pensa che oggi i giovani abbiano ancora quel coraggio, quella spontaneità, quella sensibilità?

«Oggi c’è molto meno la sensazione di cambiare le cose, prima c’era l’idea di futuro, di continuo progresso, di diffusione del benessere. I miei figli adesso hanno una visione del futuro più dubbiosa, di un futuro incerto, a volte minaccioso. All’epoca la politica era centrale, era presente e futuro, oggi anche in Cina mi sono reso ancora più conto che la politica è irrilevante. In Cina contano i giochi finanziari ed economici, c’è un’assenza della politica, che favorisce le grandi multinazionali, si investe. Ormai l’unica ideologia dominante nel mondo è il liberismo, il dominio della finanza e il profitto che unisce».

 

Anche per questo motivo ha voluto riproporre per la prima volta tutti i brani dell’album Sugo con gli arrangiamenti originali degli anni Settanta?

«Sì, anche per far notare che quello era un album di grande speranza e impegno, c’era la convinzione di creare il futuro, che adesso è assente, da qui la reazione, le incazzature generali, dalla nomination di Trump alle ultime elezioni amministrative, c’è una ribellione globale al capitalismo impazzito, onnipresente. Oramai non esiste posto nel mondo dove non trovi Starbucks, Toyota, ecc, è tutto dominato da questa economia finanziaria distorta che porta pochissimi a possedere tutto».

Cosa pensa del progetto di Zhang Changxiao di portare la musica italiana in Cina e com’è nata la vostra collaborazione?

«Ci siamo conosciuti con un’intervista e abbiamo in progetto di proseguire, i concerti con Zhang Chu sono stati solo l’inizio. Il suo progetto è molto interessante, sia per la cultura cinese che per quella italiana. In fondo noi siamo gli ultimi ad accorgercene, ma la canzone italiana è unica, non parlo solo della mia esperienza, c’è un inconscio collettivo, cantando cose importanti si entra nell’anima e nella vita di tanta gente, non si parla solo di sentimenti, ma di paure, sogni di generazioni, un patrimonio importantissimo che non c’è in altri Paesi. Sì, anche quella americana e inglese hanno espresso dei simboli, ma l’importanza di riflettersi nell’esperienza collettiva è un aspetto tipicamente nostro».

 

Vi accomuna sicuramente l’amore per Fabrizio De André. Il suo rapporto con lui è stato profondo, a Radio Deejay ha dichiarato che durante i suoi concerti avrebbe riservato uno spazio per lui e Cohen...

«Beh, la mia prima tournée importante è stata anche quella importante di Fabrizio, nei palasport, un momento unico, ho avuto modo di assistere a uno dei suoi momenti topici e poi è diventato mio amico per sempre. In questo tour in particolare non ho cantato sue canzoni, ma nei tour precedenti ho inserito un pezzo suo e anche di Cohen, ho cantato ad esempio Verranno a chiederti del nostro amore o Il ritorno di Giuseppe».

La collaborazione con Zhang Chu, invece, com’è andata?

«Molto bene, è simpatico. Non faceva un album dal 1998 e ora ha scritto una canzone nuova da tradurre, molto interessante. Mi ha dato il testo, che ho tradotto con l’aiuto di Changxiao, e adattato in italiano. Abbiamo cantato una strofa in italiano e l’equivalente in cinese, è stato un esperimento interessante».

C’è una tappa cinese che l’ha particolarmente colpita?

«Shanghai mi ha colpito, mi è piaciuta molto. Hefei è completamente nuova, diciamo che ha poca personalità, è nuovissima, appartamenti appena finiti, non ancora vissuta. Pechino è il cuore dell’impero, indubbiamente è bella, appunto molto imperiale, maestosa, ma anche molto incasinata. Shanghai è bella, è il futuro, guardare dal Bund i grattacieli di Pudong e viceversa, da Pudong guardare il Bund, è molto bello, un’esperienza da consigliare, un viaggio istruttivo, un po’ come in passato si considerava Londra, New York o Parigi».

 

A Pechino ha incontrato gli studenti universitari. Com’è andato l’incontro?

«Molto interessante, ho trovato gli studenti molto preparati, mi hanno colpito l’università, il campus, le tecnologie... c’è molto investimento rispetto all’incuria a cui sono abbandonati i nostri atenei. All’Università della Comunicazione di Pechino ho visto una grande attenzione, investimento, anche contemporaneità e proiezione verso il futuro. Gli studenti erano preparati anche in italiano, chi lo studiava, ma anche i ragazzi che riprendevano erano molto professionali, con le ultime tecnologie e ho visto libertà di espressione, nessun dogmatismo».

 

Ora l’aspettano le altre tappe del tour in giro per l’Italia. Possiamo dire che quella cinese è stata solo una parentesi o pensa di tornarci in futuro?

«A me piacerebbe tornare, anche se non è facile, ma mi farebbe piacere. Sicuramente ci tornerò con la famiglia come turista, mi è piaciuta molto».

Da Cina in Italia di agosto 2016