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Nicholas Gineprini, la Cina nel pallone

2016年09月07日 15:37 fonte:Cina in Italia  autore: Valentina Mazzanti

 

Nel 2.500 a.C. nello Shandong nasceva lo Tsu Chu, letteralmente “palla tirata con i piedi”, l’antenato di quello che sarebbe diventato l’attuale calcio. Nicholas Gineprini nel suo libro Il sogno cinese ci fa scoprire la Cina di ieri e di oggi attraverso il calcio, «un metodo alternativo per raccontare le varie epoche, con un occhio rivolto al domani»

 

Ebbene sì, anche il calcio è stato inventato dai cinesi! Ad affermarlo è Nicholas Gineprini, nel suo recente libro Il sogno cinese edito da Urbone Publishing. Classe ‘91, Nicholas, dopo una laurea in chimica e tecnologie farmaceutiche, si avvicina al giornalismo sportivo e al calcio cinese in particolare. Oggi gestisce il suo Blog Calcio Cina e scrive per tuttocalcioestero.it.

Come ti sei avvicinato al calcio cinese?

«Da quando mi sono avvicinato al giornalismo mi sono subito interessato dell’economia che gravita attorno al calcio e già due anni fa la Cina rappresentava un movimento anomalo per essere una lega asiatica: un calciomercato che faceva incetta di giovani talenti sudamericani, una piccola espansione verso l’Europa tramite le sponsorizzazione della Huawei e l’acquisizione di piccoli club come Pavia e Ado Den Haag in Eredivisie. A questi fattori si aggiungeva l’ingaggio di tecnici stranieri per lo sviluppo del calcio giovanile, in particolar modo di Tom Byer, una figura che mi ha incuriosito subito, in quanto è stato uno dei maggiori artefici della crescita del calcio in Giappone. Vi erano tutti i presupposti per una grande rivoluzione e i fatti mi hanno dato ragione, l’espansione si è fatta inarrestabile, tanto da stupirmi per la sua rapidità».

Nel libro scrivi che oggi il calcio in Cina è un mix tra politica, economia e sport. Quindi il senso del calcio puramente inteso come sport di squadra è meno sentito rispetto all’Occidente?

«Prima di tutto il calcio è un elemento di politica soft power, intrapresa per volere di Xi Jinping. I giocatori, in particolar modo quelli cinesi, sanno quali sono le fortissime ambizioni per il futuro, ma non credo che questo vada a intaccare lo spirito di squadra che si è notevolmente rafforzato grazie all’esperienza di tecnici e giocatori occidentali. Naturalmente vi sono delle eccezioni e delle rotture nette all’interno dello spogliatoio, come nel recente caso del Tianjin Quanjian, con il gruppo dirigenziale cinese e i giocatori che hanno boicottato i brasiliani in squadra, creando una crisi di risultati davvero impronosticabile a inizio stagione».

Quali sono le caratteristiche delle tifoserie cinesi?

«Per quanto riguarda le tifoserie è molto ardua una identificazione. Lo scenario del calcio cinese è molto instabile: le squadre portano il nome delle aziende proprietarie, ad esempio, il Guangzhou Evergrande è una ditta immobiliare, così come l’Hebei Fortune, mentre lo Shanghai SIPG è la società portuale. Non è raro osservare cambi di maglia e stemmi a seguito di un passaggio di proprietà, a volte invece, per motivi puramente commerciali, un’azienda può decidere di spostare da una parte all’altra della Cina la propria squadra, come ha fatto recentemente il Renhe Group, che ha trasferito il proprio club da Guizhou a Pechino. Vi sono dei cenni di resistenza, molto rari, il più famoso è stato intrapreso dai Blue Devils dello Shanghai Shenhua, che si sono opposti al cambio di nome in Shanghai Greenland FC a seguito dell’acquisizione del club da parte del fondo immobiliare Greenland Holding Group Company Limited. I tifosi crearono il comitato Anti-Greenland per mantenere il vecchio nome che letteralmente si traduce in Fiori di Shanghai».

Sempre nel tuo libro fai un confronto tra i calciatori che hanno fatto la storia del calcio mondiale, provenienti spesso dalla strada, rispetto ai calciatori cinesi che per diventare professionisti seguono una rigida disciplina...

«Sotto questo punto di vista siamo ancora all’anno zero. I tecnici cinesi non sono ancora competenti, in quanto ancorati al vecchio metodo di allenamento, che esalta la forza e la perfetta esecuzione di un gesto preimpostato. Se infatti guardiamo al medagliere olimpico, la Cina ha conquistato la stragrande maggioranza dei suoi ori negli sport individuali. Ho avuto il piacere di intervistare Dario Marcolini, che con la via soccer, ha instaurato un legame fra Macerata e Taicang, mandando nella città cinese i tecnici della Recanatese, Virgili e Secchiari, per istruire i maestri di educazione fisica, i quali il prossimo anno andranno a insegnare calcio nelle scuole primarie. Mi hanno raccontato che l’approccio iniziale è stato molto difficoltoso e che si è dovuto mediare fra il nostro e il loro metodo di allenamento, che comunque presenta delle lacune. Mi rimane impresso l’episodio di un cinese che chiede al professor Virgili: “Ma voi, ai bambini di cinque, sei anni gli affondi non li fate fare?”. Credo che il contributo di tecnici stranieri, presenti nella maggioranza delle accademy cinesi, possa aiutare l’intero sistema a crescere e a imboccare la giusta direzione. In questo meccanismo, anche la federazione cinese deve muoversi e riformare il proprio programma di istruzione, in quanto attualmente l’unico modo per prendere il patentino da allenatore in Cina è quello di recarsi a Pechino, per questo ve ne sono così pochi. Tale possibilità dovrebbe essere estesa perlomeno a tutte le grandi metropoli».

L’acquisto di giocatori e professionisti del calcio occidentale può aiutare ad incrementare una cultura del calcio cinese?

«Sicuramente può aiutare il pubblico ad avvicinarsi alla Chinese Super League e incentivarlo ad andare allo stadio, tanto che l’affluenza media è cresciuta ed è fra le più alte al mondo, addirittura ha superato la Serie A. L’arrivo di grandi campioni e giocatori affermati a livello europeo come Lavezzi, Gervinho o Alex Teixeira sicuramente ha aumentato l’interesse nei confronti del campionato, ma credo che ancora alla CSL manchi un vero e proprio uomo immagine, un’autentica leggenda del calcio europeo. Mesi fa il governo aveva pensato di ingaggiare Wayne Rooney. Una mossa che dal punto di vista del campo può avere i suoi vantaggi (il successo non è cosa scontato), ma per quanto riguarda il marketing anche al di fuori dei confini nazionali, può essere determinante per fare il salto di qualità».

Molti calciatori occidentali spesso accettano contratti con società calcistiche cinesi soprattutto per gli alti stipendi…

«Gli alti stipendi non sono sempre ben visti dal pubblico, che spesso accusa i giocatori stranieri di militare in Cina solo per una opportunità economica. Non sempre è così, ma vi sono stati fatti molto spiacevoli, come nei casi di Drogba e Anelka che hanno lasciato lo Shanghai Shenhua alla prima difficoltà. Sicuramente questa politica per ora sta creando dei buchi in bilancio considerevoli, il Guangzhou Evergrande ha chiuso il 2015 con un rosso di 121 milioni di euro. La squadra più titolata di Cina ha due colossi come l’Evergrande Real Estate e Alibaba Group, ma a livello di fatturato siamo sullo stesso piano dell’Hellas Verona».

Ultimamente alcuni grandi colossi cinesi hanno messo gli occhi sulle nostre società calcistiche. Come vedi queste manovre?

«Ritengo che, per capire l’espansione cinese verso l’Europa, dobbiamo guardare a quello che la Dalian Wanda ha realizzato con l’Atletico Madrid dopo essere entrata per il 20% nelle quote societarie. Nelle accademy dei colchoneros attualmente militano novanta prospetti cinesi, che raddoppieranno il prossimo anno. Il calcio è il primo step per aprirsi nuove fette di mercato, la Dalian Wanda è un fondo immobiliare e ha investito su Madrid oltre ad aver avviato il progetto Eurovegas ad Alcorcòn. Proviamo a guardare ai possibili sviluppi in casa Inter seguendo le direttive del modello Atletico-Wanda: il Suning ha anche una squadra di calcio a Nanchino, lo Jiangsu; alla corte di Mancini o nella primavera dell’Inter potrebbero arrivare giocatori cinesi o gli scarti stranieri del Suning (al massimo possono essere tesserati quattro stranieri più uno asiatico), inoltre il presidente Zhang Jindong può tentare di espandere la sua catena di negozi a partire proprio da Milano. D’altro canto questa per l’Inter rappresenta una ghiotta opportunità per rilanciare il proprio brand nel mercato cinese, dove conta oltre 100 milioni di tifosi. Non sempre però è tutto oro quel che luccica, dato che il presidente del Pavia, Zhu, ha deciso di lasciare dopo due anni per mancanza di risultati e di introiti. Se Zhu non salderà un debito complessivo da 5 milioni di euro, il Pavia fallirà e sarà costretto a ripartire dai dilettanti».

Il governo cinese sta investendo molto nel settore calcio…

«Il governo assieme alla federazione ha emanato un programma di riforme, il quale prevede una manifestazione della Coppa del Mondo da disputarsi in Cina entro il 2030 e di vincere un mondiale nel 2050. Il secondo obiettivo mi sembra ancora lontanissimo, ma per quanto riguarda una Coppa del Mondo nella Terra di Mezzo, il meccanismo è già stato attivato. L’espansione verso Occidente non riguarda solo società calcistiche, ma anche aziende chiave nella distribuzione dei diritti televisivi. L’ultimo colpo piazzato è stata l’acquisizione del 65% di MP&Silva, mentre la Dalian Wanda nell’ultimo anno ha rilevato Infront ed è diventata main sponsor della Fifa. In questo modo avranno il pieno controllo del sistema calcio e della sua economia».

Qual è il calciatore occidentale più apprezzato in Cina?

«Ti direi Ibrahimovic, anche se non vi ha mai giocato. Quando si parlava di un approdo dello svedese in Cina i tifosi erano impazziti e non parlavano d’altro. Fra gli stranieri che attualmente militano nella CSL sicuramente il brasiliano Elkeson è molto apprezzato, in quanto con il Guangzhou ha scritto la storia segnando gol decisivi in entrambe le finali di Champions League. Ora milita allo Shanghai SIPG. Se uno straniero rimane a lungo in Cina e crede nel progetto diventa un idolo locale, in tal senso spicca un nome ai molti sconosciuto, quello di Matic, difensore serbo di 35 anni che ha militato per sette stagioni nel Beijing Guoan. Il momento del suo addio all’aeroporto (ora milita nello Changchung Yatai) è stato accompagnato da una miriade di persone che acclamavano il suo nome».

Invece il calciatore cinese amato al pari dei nostri “numeri 10”?

«Zhang Linpeng è uno dei giocatori più rappresentativi, è un fortissimo terzino destro in forza al Guangzhou Evergrande, per il quale i tifosi stravedono, tanto che è stato più volte accostato a club europei. I giocatori più apprezzati solitamente sono quelli che hanno militato per un lungo periodo in Europa, come il capitano del Guangzhou Evergrande, Zheng Zhi, 37 anni, con un trascorso in Inghilterra al Charlston. Ha fatto molto discutere la sua esclusione dal nuovo ciclo della nazionale di Gao Hongbo. Ai migliori giocatori vengono inoltre affibbiati soprannomi che richiamano i campioni europei, così l’attaccante del Guangzhou, Gao Lin, diventa Gaolinsman, in omaggio al tedesco Klinsman. Gao Lin è da molti anni nel giro della nazionale e recentemente è diventato il miglior marcatore di tutti i tempi con la maglia del Guangzhou. Rimango invece stupito del fatto che il pubblico non considera fra i propri idoli Wu Lei, a mio avviso uno dei simboli di maggior spicco della rivoluzione cinese. Classe 1991, da tre anni a questa parte è il top scorer cinese, milita nello Shanghai SIPG, e vi ha esordito a soli quattordici anni, quando il club era appena sorto dalle accademy e militava in China League Two, l’equivalente della nostra Lega Pro. Forse questo risentimento nei suoi confronti deriva dalle prestazioni non proprio esaltanti in nazionale».

Qual è l’obiettivo del tuo libro?

«Voglio raccontare la Cina odierna e del passato attraverso lo sport, in particolar modo il calcio è sempre stato uno specchio, un metodo alternativo ed efficace per raccontare le varie epoche. Il mio intento è quello di far conoscere un Paese che ritengo possa essere un modello da seguire e spero anche una guida a un futuro migliore, in modo da distaccare le persone dai soliti stereotipi con i quali si tende a identificare un popolo. La Cina è un grande Paese, completamente diverso dal nostro modo di essere e di pensare ed è proprio questo che mi ha affascinato e che ho voluto raccontare. Capire la Cina attraverso il calcio e viceversa, con un occhio ben puntato al domani».

Da Cina in Italia di agosto 2016