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Vincenzo Sanfo, un mecenate italiano in Cina

2016年11月10日 17:59 fonte:Cina in Italia  autore: Lea Vendramel

Impegnato da ventitré anni negli scambi artistici tra Italia e Cina, Vincenzo Sanfo ha di recente inaugurato a Jinan Art City, uno spazio espositivo che raccoglie opere occidentali e africane. «I cinesi sono ormai diventati tra i primi acquirenti d’arte e sono sempre più interessati all’arte occidentale, antica e contemporanea»

 

Si chiama Art City il nuovo progetto inaugurato a settembre a Jinan nella provincia dello Shandong dal presidente del Centro italiano per le arti e la cultura, Vincenzo Sanfo, impegnato da oltre vent’anni nell’organizzazione di mostre e scambi artistici tra Italia e Cina. Uno spazio espositivo che raccoglie opere di arte occidentale e africana, realizzato in collaborazione con il governo cinese, per promuovere l’arte occidentale in Cina e rispondere alle richieste crescenti dei collezionisti cinesi.

Professor Sanfo, com’è nato questo progetto?

«Il progetto è nato un paio di anni fa e abbiamo lavorato con il governo cinese per creare la possibilità di realizzare uno spazio in cui ci fosse la possibilità per i cinesi di accostarsi all’arte occidentale, perché non tutti hanno la possibilità di viaggiare e spostarsi».

Perché la scelta di realizzare Art City nella città di Jinan?

«Jinan si trova in una posizione strategica, esattamente a metà strada tra Pechino e Shanghai, ed è servita dal treno superrapido che collega le due metropoli e ferma sempre a Jinan, sia all’andata che al ritorno. La città, quindi, è facilmente raggiungibile e ha rappresentato un buon compromesso tra Pechino e Shanghai, entrambe interessate al progetto. Tra l’altro io sono cittadino onorario di Jinan e della provincia dello Shandong e anche questo mi ha agevolato».

Quali sono le prossime mosse per sviluppare Art City?

«Intendo lanciare ulteriormente questo spazio, che fin dall’inizio ha avuto un riscontro positivo. Già dalle prime settimane, infatti, abbiamo avuto moltissimi visitatori, numerose prenotazioni e siamo stati contattati da tutta la Cina, anche grazie al fatto che in Cina c’è stata una vasta copertura mediatica che ha portato a questo progetto governativo l’attenzione che merita. Stiamo già lavorando a molti progetti, tra cui un grande evento sulla scultura europea e una grande mostra sugli impressionisti per la quale all’inizio del prossimo anno porteremo cinquecento, seicento opere. Inoltre, ci stiamo organizzando per portare anche in altre città della Cina le opere ospitate da Art City».

In Cina, con lo sviluppo del mercato, si è registrato anche un crescente dinamismo nel settore dell’arte e del collezionismo…

«Sicuramente, perché i cinesi sono ormai diventati tra i primi acquirenti delle case d’arte internazionali e stanno diventando ottimi clienti anche per quanto riguarda le gallerie. Il problema è che ci sono una serie di impedimenti e regole che rendono complicato portare capitali al di fuori della Cina. La struttura di Art City nasce proprio per superare questi problemi, perché il collezionista può trovarvi le opere che lo interessano, dall’arte antica all’arte contemporanea, da Tintoretto a Guardi, passando per Renoir e Picasso. La scelta, quindi, è molto ampia. Inoltre, siamo costantemente collegati con le più importanti gallerie del mondo e facciamo da tramite per i collezionisti cinesi che possono così comprare le opere direttamente in Cina, grazie a una serie di procedure messe a punto con il governo cinese che rendono così più semplice l’acquisto».

I cinesi cosa apprezzano maggiormente dell’arte occidentale?

«I cinesi amano particolarmente l’arte antica, quindi Cinquecento, Seicento e Settecento, e apprezzano molto tutto quello che va dall’impressionismo a Picasso. Ma, come ho riscontrato anche qui ad Art City, si accostano anche a nomi meno conosciuti. Con mia grande sorpresa, infatti, le prime opere vendute sono state delle opere della sezione di arte africana. Mi sarei aspettato che i primi acquisti avrebbero riguardato opere di arte antica invece non è stato così. Questo è buon segno, perché dimostra che il cinese è un collezionista curioso».

Nel corso degli anni com’è cambiato l’approccio dei cinesi nei confronti dell’arte?

«Sono ventitré anni che vengo in Cina, ho visto cambiare la società parecchie volte e anche ora sta cambiando ancora. I cambiamenti sociali si riflettono anche in radicali cambiamenti nel mercato dell’arte. Fino a dieci anni fa il collezionismo in Cina era focalizzato sulla tradizionale pittura ad inchiostro, ma oggi questo mercato sta precipitando perché è inevitabile che con il cambiamento delle abitudini sociali cambino anche i gusti delle persone e le abitudini del collezionismo. È un percorso paragonabile a quello avvenuto anche in Italia e in Europa nel Dopoguerra, quando l’arrivo dell’arte americana cambiò tutti gli equilibri esistenti all’epoca. Oggi, quindi, molti maestri della pittura ad inchiostro cominciano ad essere in difficoltà perché i collezionisti vendono le opere ad inchiostro per comprare arte occidentale o comunque pittura più contemporanea».

Ventitré anni fa cosa l’ha spinta a guardare alla Cina?

«L’allora direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Pechino, Annamaria Palermo, professoressa dell’università di Napoli, mi ha chiamato perché in Cina in quegli anni c’era un grande fermento, c’era richiesta di cultura, di aprirsi, di conoscere. Così mi ha coinvolto e quando sono arrivato è stato amore a prima vista. La mia prima mostra è stata una grande antologica di Mimmo Paladino, che ha avuto un successo enorme. Da allora ho continuato a portare in Cina arte occidentale e ad esportare arte cinese, contribuendo a far conoscere tantissimi artisti cinesi che hanno poi avuto una carriera straordinaria».

In effetti anche in Italia negli ultimi anni si è registrata una sempre maggiore attenzione nei confronti dell’arte cinese, come dimostra il moltiplicarsi di mostre di arte antica e di artisti contemporanei. Come si è evoluto l’approccio degli italiani nei confronti dell’arte cinese?

«In genere l’italiano è una persona curiosa, che ama conoscere. Ricordo che quando ho portato i primi artisti cinesi in Italia non si sapeva nulla dell’arte contemporanea cinese, ma presto la situazione è cambiata anche grazie all’interesse di alcune gallerie come quella di Dante Vecchiato a Padova e di Primo Marella a Milano, che mi hanno seguito in questa avventura di proposta degli artisti cinesi. Un grande contributo è stato dato anche da Achille Bonito Oliva, che negli anni Novanta ha presentato i primi artisti cinesi. Il boom dell’arte cinese a livello internazionale si è poi avuto in seguito ai fatti di piazza Tian’anmen che hanno creato una grande attenzione nei confronti della cultura cinese. Oggi in tutti i più grandi musei del mondo si trova almeno una mostra di artisti cinesi contemporanei, segno della grande vitalità e vivacità dell’arte cinese. È un fenomeno abbastanza particolare, visto che ci sono artisti le cui opere nel giro di pochi anni raggiungono quotazioni molto elevate».

In tutti questi anni c’è un progetto a cui è rimasto particolarmente legato e che le ha dato particolare soddisfazione?

«In Cina la più grande soddisfazione è quella che mi danno le lezioni che tengo all’università ai miei studenti e studentesse, animati da una grande passione e voglia di sapere. Nel corso degli anni poi le soddisfazioni sono state tantissime, dalla prima mostra di Mimmo Paladino all’ultima in cui ho portato l’autoritratto di Leonardo che ha riscosso un enorme successo».

E c’è, invece, qualche progetto che ancora non ha avuto modo di realizzare?

«Ce ne sono molti, come ad esempio una grande mostra di Lucio Fontana. Ma ci sono il tempo e lo spazio per riuscire a farli».

Da Cina in Italia di ottobre 2016