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Daniele Sardella, la danza come "connessione"

2018年03月09日 17:30 fonte:Cina in Italia  autore: Valentina Mazzanti

 

Da acrobata a danzatore, Daniele Michele Sardella ci racconta come il suo modo di ballare lo abbia portato in Cina, scoprendo nuove opportunità di lavoro e nuove abilità

 

La passione è stata determinante per la vita professionale di Daniele Michele Sardella. Classe 1974, siciliano doc, comincia già durante il periodo universitario a dedicarsi al circo per mantenersi durante gli studi praticando palline e clave. Dopo la laurea in ingegneria con 110 e lode, si trasferisce a Roma nel 2000 e inizia a lavorare per un’azienda come ingegnere. Ma è proprio in virtù di quella forte passione per il circo che decide di farne una professione. Una scelta certo non facile che lo porta ad affrontare numerose battaglie per dimostrare a se stesso e agli altri che può farcela, battaglie che diventano più dure quando ci si mettono di mezzo anche gli infortuni: durante un numero con la corda molle, cade e si frattura i due gomiti. Una sfortuna potrebbero pensare in molti e invece no, perché per lui ha rappresentato una rinascita.

Durante il periodo di riabilitazione, infatti, viene a contatto con una nuova pratica che si basa sulla Fisiopatologia biotransazionale e che ha origine dalla Teoria dei Scac – Teoria dei Sistemi Complessi Articolari Chiusi, sviluppata dal medico romano Giulio Flaminio Brunelli, il quale ha realizzato negli anni Sessanta un modello per descrivere matematicamente le modalità di organizzazione dell’essere vivente. Questo approccio segna per lui l’inizio di un nuovo percorso fisico e mentale, ma soprattutto professionale. Così, da paziente prima e da studente poi, si trova ad inserire alcune tecniche di questa pratica nelle sue lezioni.

Da quattro anni, inoltre, pratica e insegna la Contact Improvisation, che come spiega a Cina in Italia, «è una forma di improvvisazione basata sul contatto fisico tra due o più danzatori in ascolto reciproco costante, nella ricerca della fluidità del movimento. È una disciplina che ha fatto in modo che potessi danzare per ore senza stancarmi! Perché quando ti trovi a contatto con un altro corpo si innescano una serie di emozioni e sensazioni che passano e ti arrivano. Attraverso una tecnica di ascolto, è possibile ballare con chiunque e se si trova una particolare sintonia nella danza, ci si “connette” ed è quasi sicuro che ci si troverà bene anche nella vita normale. La contact è quanto di più autentico c’è, perché il corpo è più autentico del cervello e questo è un aspetto che a me fa impazzire» .

E a farlo impazzire è anche la Cina, Paese in cui è approdato proprio grazie a questa forma di danza e alla sua peculiarità artistica in grado di unire acrobatica e danza. Così nel febbraio del 2016, durante un festival di contact a Goa, incontra la danzatrice cinese Chen Xindi. «È stato meraviglioso vederla volteggiare e ho voluto ballare con lei a tutti i costi – racconta -. Ci siamo connessi subito! Le è piaciuto subito il mio modo di ballare perché è un misto tra danza e acrobatica, apprezzando in particolar modo il fatto che, durante le mie danze, le mie mani toccavano spesso terra, caratteristica ereditata dal verticalismo. Abbiamo deciso così di collaborare insieme e, a maggio del 2016, Xindi, dopo aver partecipato all’Italy Contact Festival, mi ha proposto di andare in Cina».

Inizia così la sua avventura in Cina che a marzo 2017 lo porta a prendere parte, in qualità di insegnante, ad alcuni workshop a Pechino e a Shanghai, nel Vertebra Theatre, grazie anche al supporto dell’Istituto Nazionale di Cultura di Shanghai. Rimane profondamente affascinato dal mondo cinese e, approfittando del successo dei workshop precedenti, viene invitato a tornare per insegnare al primo Contact Improvisation Festival, tenutosi in Cina lo scorso anno dall’1 al 10 ottobre, durante la Festa Nazionale Cinese, in cinque città: Guangzhou, Yinchuan, Pechino (dove ha partecipato a dei workshop in co-conduzione con Irene Sposetti che ha portato la contact in Cina cinque anni prima), Shanghai e Nantong. Il festival, organizzato dagli amanti della contact, ha avuto lo scopo di far passare non solo il concetto secondo cui chiunque può ballare, ma anche di far comprendere meglio e da vicino questa disciplina che non è altro che un viaggio verso l’autoconsapevolezza, prestando attenzione al proprio corpo e riuscendo così ad ascoltare l’altro.

«La Cina è stata per me un’occasione bellissima in cui ho avuto l’opportunità di insegnare in ambienti prestigiosi come la National Academy of Chinese Theatre Arts di Pechino e, allo stesso tempo, è stata un’esperienza da cui ho imparato molto, scoprendo in me qualità e competenze», racconta Daniele, ripensando alla sua esperienza nel Paese del Dragone, dove la cosa che lo ha colpito di più è stata l’uso spasmodico dei cellulari. «A Nantong mi è capitato che anche mentre tenevo la lezione molti allievi non perdevano occasione per usare il cellulare e ho voluto mettere in luce questo atteggiamento creando una performance finale che usasse come tema principale l’uso degli smartphone: una bimba desiderosa di giocare cercava in tutti modi di attirare l’attenzione degli adulti, troppo presi però dai loro dispositivi mobili. Ne è uscita fuori una performance bellissima e attuale e sono stati bravissimi», assicura. E aggiunge: «Sempre a Nantong un’altra cosa che mi ha colpito particolarmente è stata quella di avere nella stessa lezione tre generazioni di donne: una figlia, una mamma e una nonna ed è questo il bello di questa disciplina, tutti possono praticarla!».

E l’avanzare dell’età per un professionista come lui, che usa costantemente il proprio corpo, non lo preoccupa affatto:« Io sto ringiovanendo, il mio corpo sta molto meglio adesso che ho 43 anni rispetto a qualche anno fa e questo grazie all’approccio biotransazionale che mi sta permettendo nel tempo di sciogliere le tensioni e allungare le catene muscolari aumentando la mia flessibilità. A Shanghai ho incontrato una ricercatrice che stava realizzando una tesi per stabilire se, con il passare degli anni, il costante allenamento acrobatico potesse effettivamente provocare l’usura del corpo o se questo effetto è dovuto solo ed esclusivamente ad una “lacuna culturale”. E sta sperimentando che è proprio così: l’essere umano per persistere consuma energia provocando una “restrizione” delle catene muscolari. Basta vederlo negli anziani. Bisogna fare quindi un lavoro di recupero. L’approccio biotransazionale, infatti, che nasce come terapia medica, ha un’efficacia sorprendente sulla performance e sullo stato di salute di un artista. Ovviamente non nego che, dopo gli infortuni di gioventù ogni volta che concludo la mia performance bacio la terra!».

Da Cina in Italia di febbraio 2018